Quando uscire dal tunnel è difficile, uno su mille ce la fa, ma non è impossibile

Nel raccontare troppo, si corre il rischio di fornire dettagli che permettano a chi legge di scoprire di più di quanto è lecito sapere e individuare, anche se non lo si scrive, il nome e il cognome di una persona che ha perso la vita

 
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Quando uscire dal tunnel è difficile, uno su mille ce la fa, ma non è impossibile

di Marcello Migliosi
Il “mestiere” del giornalista, perché è uno di quei lavori che impari sulla strada, spesso ti porta a dover raccontare storie tristi. Storie di solitudine, di dolore e di morte. Essere vicino agli “invisibili” è quasi naturale, quasi normale, in una normalità che invece non dovrebbe essere tale. Fare il giornalista significa accorrere presso chi chiede aiuto e cercare di raccontare la realtà nel migliore dei modi e nel modo meno dannoso possibile. Non sempre ci si riesce e questo è sempre una sconfitta morale.

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Il giornalista è colui che, quando serve ci deve essere, poi, quando non serve più “non si deve permettere di fare il proprio mestiere“. Eppure, lo deve fare, anche quando questo significa raccontare la morte.

Raccontare la storia di una vita che finisce non è mai cosa semplice, ma lo è ancor di più da quanto è arrivato Facebook, strumento di democrazia partecipata, fatto diventare luogo di insulto e violenta volgarità.

FB sembra essere diventato una sorta di “corte dei miracoli” dove tutto è concesso. Dallo sberleffo allo scherno, dal bullismo alla persecuzione, dal discredito alla maldicenza. Facebook non ha ossa, ma può farle rompere. 

Raccontare la vita che se ne va è un’opera triste, checché ne dicano coloro i quali – gli stessi che chiamano la stampa quando gli serve – non vogliono si faccia.

Quando poi scopri che la vita viene strappata via perché la morte l’ha ghermita quale tragico suggello in un momento difficile, tranciando sogni e speranze di una famiglia e quelle di un uomo, questo fa ancora più male.

Nel passato di chi se ne va, perché il “tunnel” non era ancora finito purtroppo, non è mai facile umanamente scavare. Il “diritto di cronaca”, che non è per niente divertente per chi lo esercita, ti dà alcune opzioni, quelle di sapere e scrivere “Chi”, “Che cosa”, “Quando”, “Dove?” e “Perché?”.

E’ la regola delle 5 W è la regola principale dello stile giornalistico anglosassone.

Il cronista, in generale, la utilizzerà liberamente, integrandola con altre informazioni o eliminando quelle non essenziali o irrilevanti al soggetto: ad esempio, per un resoconto di costume generalmente si risponde anche alla domanda “how” (come), descrivendo l’evento.

Per contro, in un articolo di cronaca nera, rispondere alla W di “why” (perché) è principalmente compito degli inquirenti, ed il cronista ne riferirà in seguito se le indagini ne daranno modo.

Ecco su questo ultimo concetto vorrei soffermarmi un attimo. Nel raccontare troppo, si corre il rischio di fornire dettagli che possono permettere a chi legge di scoprire di più di quanto è lecito sapere e individuare, anche se non lo si scrive, il nome e il cognome di una persona che ha perso la vita. Quindi, per quanto mi riguarda, nome e cognome non ne faccio proprio, e non sempre quando tutto è di dominio pubblico. Altrimenti no!

E prego chi legge Bastia Oggi di non fare confusione tra gli articoli nostri e quelli contrassegnati con il logo dei giornali cartacei de Il Messaggero, La Nazione e il Corriere dell’Umbria, grazie!

Peggio ancora se si deve scrivere di una morte di una persona che ha una famiglia, dei figli, dei genitori…Peggio ancora se questa persona perde la vita perché quel tunnel – il tunnel della droga -, in cui era finito venti anni prima e dal quale era uscito, se l’è ritrovato davanti in un momento difficile della vita.

Si dice sempre che a morire giovani sono sempre i più buoni, i migliori e siccome scrivo in prima persona, nessuno meglio di me lo sa, mio fratello è morto a 32 anni. Era un bravo ragazzo.

Chi, da poco ci ha lasciati nella nostra città, era così, un buon amico, con il quale prendevi il caffè al bar. Un “gigante buono” come lo hanno definito i suoi amici”in una lettera durante l’ultimo saluto. Una persona che lavorava, che aveva vinto la sua battaglia contro la droga venti anni prima, che amava la sua famiglia e sempre con il sorriso stampato in volto. Noi ce lo ricorderemo così.

Ma il “leviatano” è sempre lì in agguato pronto a colpirti nonostante i tuoi sacrifici, nonostante gli affetti, nonostante gli sforzi e tutti i tuoi sogni.

“Sei stato un amico speciale – è stato letto sull’altare nel giorno dell’ultimo saluto – per molti da prendere come modello di bontà, capace di tenere alto il morale di chi ti era vicino. Sarai sempre un esempio di semplicità e di grandezza d’animo che ci accompagnerà per tutta la vita. Le persone come te non si dimenticano ma si ricordano tutti i giorni perché sono quelle a rendere bella l’amicizia che forse non consiste nell’essere inseparabili ma nel potersi separare senza che nulla cambi e ora che hai iniziato un nuovo cammino e tutto ci sembra diverso nulla ha scalfito il nostro rapporto”.

E ancora: “Te ne sei andato in punta di piedi dall’altra parte del cammino dopo una vita non sempre facile ma che in fondo non lo è per nessuno. Hai inseguito e lottato per obiettivi importanti con risultati eccellenti e su questo nessuno potrà giudicarti”.

(Marcello)

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