Lo spiffero, amichetti e incarichi nel contado: il ritorno delle abitudini

L’antico costume delle nomine e dei gradi nella città umbra

Il Cronista del contado annota che nel regno certe vicende non nascono mai all’improvviso. Talvolta appaiono come episodi isolati. Ma osservate con attenzione, nel tempo rivelano piuttosto una consuetudine. Un modo di fare. Un’abitudine che, una volta appresa nei corridoi del palazzo, torna a manifestarsi ogni volta che se ne presenta l’occasione. Già qualche tempo prima della vicenda del Guado, quando nel regno si mise mano alle grandi mappe delle terre — quelle che gli studiosi chiamano Piano delle Terre e dei Confini — alcuni notarono una curiosa inclinazione dei messi del palazzo e invece della via lunga delle convocazioni e delle corti affollate, si preferirono sentieri più brevi dove comparvero figure note, uomini e donne che non avevano bisogno di bussare troppo forte per farsi aprire le porte.

Il Cronista annotò allora una frase che presto avrebbe fatto il giro delle botteghe e delle osterie: nel regno le porte sono molte, ma le chiavi sembrano sempre nelle stesse mani. Poi venne il tempo del Guado, di cui già narrano le cronache del contado. Quel luogo antico dove una comunità operosa aveva custodito per anni una casa nata non da decreto ma da dedizione. Lì si vide all’opera un ingegno sottile e poiché gli amichetti che desideravano il presidio non possedevano l’arme e i destrieri necessari per conquistarne il governo, si pensò bene di far comparire sulla scena una compagnia di ventura, utile a varcare la porta che da soli non avrebbero potuto aprire. Una compagnia amica.

O, come qualcuno nel contado cominciò a chiamarla con ironia, la compagnia degli amichetti. E così accadde che chi desiderava davvero il Guado trovò posto nelle sue stanze. Fu un gioco elegante, degno delle corti più raffinate e, come spesso accade quando un espediente riesce bene, qualcuno al palazzo cominciò a considerarlo non più un’eccezione, ma quasi una pratica da conservare nella memoria. Ma le cronache del regno non si fermano alle case del contado. Fu nel Corpo degli Armigeri del Regno che il racconto prese una piega ancora più interessante: per far giungere nuovi uomini tra gli armigeri esistevano diversi sentieri; c’era la via della mobilità tra i borghi, che permette ai servitori del regno di spostarsi da una terra all’altra, oppure la via delle graduatorie custodite negli archivi del regno. Strade entrambe legittime.

Tuttavia, qualcuno giurò di aver visto messaggeri provenienti dall’urbe arroccata sulla collina — dove dimorano i grandi comandanti — portare indicazioni su quale armigero dovesse scendere a valle per prendere posto nel contado indicando che quel cavaliere fosse destinato a un comando più alto. Vedremo. Intanto il capitano attuale, raccontano le voci di corridoio, pare in cerca di nuove avventure, forse in altri regni dove poter ostentare i propri gradi. Quando giunse il momento di pensare a nuovi ufficiali tra gli armigeri, qualcuno si chiese se il palazzo avrebbe guardato anzitutto tra i servitori già in servizio, tra coloro che possedevano i titoli e l’esperienza per salire di grado, ma il palazzo mostrò ancora una volta una certa arte nello scegliere i sentieri. Per la discesa a valle del primo armigero si era preferita la via della mobilità.

Per il passo successivo si è scelto invece di aprire l’archivio delle graduatorie. E, con pazienza degna di un copista medievale, si comincerà a scorrere tra i nomi, non fino alla fine, solo fino a trovare quello necessario. Per ora si tratta soltanto del primo atto di questa storia; la pergamena è stata aperta, la penna è stata intinta, ma l’ultima riga non è ancora stata scritta. Qualcuno sussurra che tra quei nomi vi sia un uomo vicino alle vecchie compagnie politiche del regno e anche se fosse — dicono i più prudenti — non vi sarebbe nulla di male. Del resto, nel regno le coincidenze sono numerose quanto le pietre nel letto del Tescio. Nel frattempo, tra le botteghe e le osterie del contado, si diffonde una sensazione che molti credevano ormai sepolta dal tempo. Una sensazione antica: quella per cui certi incarichi, certi affidamenti, certi lavori sembrano trovare la strada sempre verso gli stessi portoni.

Non sempre, ma abbastanza spesso da far nascere qualche domanda. Gli anziani del borgo, che ricordano stagioni ormai lontane, scuotono il capo e pronunciano parole che sanno di memoria: «Pare che nel regno siano tornati vecchi vezzi che credevamo dimenticati.» Poi qualcuno aggiunge un proverbio attribuito a un antico consigliere di corte: «A pensar male si fa peccato…» poi gli anziani si fermano un istante e sorridono appena perché nel contado tutti conoscono il resto della frase: «…ma spesso ci si azzecca.» E il Cronista, chiudendo il suo taccuino, lasciò scritto soltanto questo: Quando nel regno gli amichetti imparano la strada del palazzo, non tardano a trasformarla in consuetudine, ma attenzione a non abbeverarne troppi sennò l’acqua potrebbe rimanere poca e poi la papera non galleggia.

lo Spifferaio Magico

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