Truppe e cavalieri in tumulto nel borgo conteso di Bastia Umbra

Nuove alleanze agitano la corte mentre a Bastia Umbra cresce il timore

Lo sapeva bene Re Artu, signore delle stagioni alterne e delle promesse circolari, e lo sapevano i suoi cavalieri della Tavola Rotonda di Cristallo, lucida, trasparente e riflettente quanto bastava a non lasciar vedere ciò che davvero vi si decideva sopra. Essi avevano posto gli occhi su una fortificazione antica, distesa lungo il corso del Tescio, torrente capriccioso che per centonovantanove anni dorme e al duecentesimo si risveglia con furia, ricordando agli uomini che la natura non dimentica. Lì, da tempo immemorabile, viveva una comunità operosa: donne e uomini che avevano intrecciato il proprio destino con quello della terra, delle botteghe, delle acque e dei sentieri. Un luogo nato come nascono le cose giuste: non per decreto, non per conquista, ma per aggregazione.

Era un posto raro, quel borgo sul guado. Un luogo ameno, dove il viandante — persino quello venuto da oltre le montagne e oltre i mari — trovava ristoro del corpo e quiete dell’anima. E, cosa ancor più grave, tutto funzionava. Questo, per alcuni generali del Re, era inaccettabile. «Non sia mai — dissero tra loro — che nel contado esista un luogo prospero che non porti il nostro sigillo, che non marci al passo delle nostre legioni».

E così, nelle sale risonanti della Tavola di Cristallo, fu pronunciata la parola che cambia i destini: conquista. Ma quando i generali scesero nelle stalle per montare i destrieri, scoprirono l’imprevisto: le selle non erano pronte. E cavalcare a pelo, si sa, è arte per pochi — e pericolosa per molti. Cadere, soprattutto, non era contemplato. Allora qualcuno propose l’idea che tutti pensavano ma nessuno osava dire ad alta voce: chiedere aiuto alle legioni alate, quelle che un tempo avevano lasciato la vecchia compagnia errante in braghe di tela, spiccando il volo da via delle Monache verso cieli più promettenti. «Messere — dissero al loro capo — che ti costa accoglierli sotto le tue insegne? Conquistiamo l’avamposto insieme, e poi ognuno torni a volare verso l’urbe, quando il dominio sarà ormai saldo». Il condottiero esitò. Sapeva che dire sì significava legarsi a promesse scritte nell’aria, e che sarebbe stato più saggio non inoltrarsi in un ginepraio capace di graffiare la carne e attirare attenzioni che è meglio non destare. Ma non poté dire di no.

E così disse sì. Ne nacque una proposta così audace da essere definita irrifiutabile lì nella Contrada de Il Campiglione. Una proposta che ottenne il punteggio massimo nelle corti del regno, costruita su promesse tanto scintillanti da riuscire a superare persino le certezze del passato — quelle che non erano promesse, ma fatti compiuti, concreti, vissuti. Re Artu prese atto dell’immensità di quella offerta. E, obtorto collo — alcuni giurano con segreto giubilo — ordinò che i vecchi e laboriosi soldati fossero scalzati.

“Al loro posto mettete truppe fresche, leggere, volenterose… almeno nelle parole” – disse il re. Arrivarono dal cielo, con ali ancora spiegate e piedi non del tutto abituati alla terra. Alla destra del Re stava la Cavaliera senza ombra e senza macchia, che inneggiava a gran voce a trasparenza e innovazione. Parlava di futuro, di luce, di rinnovamento, senza accorgersi che le sue parole odoravano di antico: di restaurazione, di vittoria che si fa comando, di potere che dice «La vittoria ha scelto il suo padrone, il comando ha trovato la sua voce, e chi non ascolta si abitui al peso dell’esclusione», proclamò la Cavaliera senza ombra, ammantando il verdetto di parole lucenti e di promesse di rinnovamento, come si fa quando si chiude il cerchio fingendo che resti aperto: stretta la foglia, larga la via, dite pure la vostra, ché io ho detto la mia. Del futuro, nessuno conosce il disegno. Ma tra i saggi del contado correva un sussurro antico come la polvere delle strade: non ogni via che appare larga conduce alla salvezza, e non ogni voce che parla di luce indica il Paradiso.

Lo Spifferaio Magico

5 Commenti

  1. Uhh lo spifferone racconta una nuova storiella, ma se intende fare della satira ci riesce poco e male: la buona volontà si vede che ce la mette, ma dovrebbe impegnarsi ancora di più. L’excursus nel medioevo britannico, in salsa bastiola, avrebbe potuto essere carino, ma raccontato così, in modo farraginoso, è di difficile comprensione anche per “gli addetti ai lavori” ai quali si rivolge. Va beh se l’anonimo impavido spifferone si gratifica così,chi siamo noi (i miei quattro amici ed io) a doverlo privare, quando è davanti ad uno specchio, dal vedersi e sentirsi come un commentatore politico spiritoso?

  2. Già, che fortuna che avete! Ma allora l’articolo dello spifferone è opera dell’intera redazione…..
    Buona giornata a voi

  3. Di chi è opera non conta, ma non accettiamo critiche stupide come quelle che molto spesso fa lei….quindi mi faccia il favore, non ci legga ok?
    Grazie
    il direttore

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*