Amarcord di una Bastia in bianco e nero, storie, personaggi e “leggende”

 
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Amarcord di una Bastia in bianco e nero, storie, personaggi e "leggende"

Amarcord di una Bastia in bianco e nero, storie, personaggi e “leggende”

di Mauro Ponti jr.
Questa è una storia del mio paese, quello dove sono nato, in mezzo alla pianura, lì dove è sempre stato; il caldo opprimente d’estate e il freddo carico d’umidità nell’inverno.
Primavera e autunno, quando si manifestano nel loro orgoglio, sono degne dei migliori quadri degli “impressionisti” della Gare d’Orsay.
Il borgo non ha particolari attrattive turistiche, ma si vive ancora bene, almeno a sentire gli stranieri che vi transitano.
Io c’ho sempre abitato e non mi lamento; sono nato nella casa del nonno, nei vicoli, ma quelli d’una volta mentre ora abito nella piazza principale e dal mio terzo piano ne osservo la vita, di giorno e di notte.

Le foto sono tratte dal Gruppo Facebook Sei de la Bastia se di Maura Gubbiotti
  • Il punto d’osservazione è strategico, in seguito capirete il perché.

Il paese è molto “variesteso, ma ai fini del racconto ha una piazza principale, coi vicoli che gli fanno da raggiera, due chiese (una antica e l’altra moderna, che, all’epoca, ci fu una polemica bestiale per la suddetta), una stazione ferroviaria, quasi dismessa, al servizio di rari e melanconici passeggeri d’ogni nazionalità, un’area destinata alle molte imprese industriali, strade per le comunicazioni coi paesi vicini e tutta campagna intorno.

L’immutata nostalgia per quel tempo, l’atmosfera, le cose e le persone ormai svanite, provocano in me una colpevole indifferenza verso il presente.
Per queste ragioni, allo scopo di far emergere dal sottosuolo una qualche memoria a vantaggio di chi quel mondo non ha conosciuto, ma, in realtà, nella recondita speranza di respingere questa forma sentimentale di felicità anacronistica, proverò a ricrearne l’humus.

A scanso di equivoci, onde evitare la “formuletta” scritta, solitamente, in appendice, si accettano, fin d’ora, smentite e omissioni, ma è doveroso, da parte mia, avvertire gli eventuali, autorevoli censori che, lo si creda o no, io parlo coi morti, anzi sono loro che comunicano con me.

Proprio così!

Non so se per il libercolo da me, proditoriamente, dato alle stampe, qualche tempo fa, “Storie di paese”, fatto è che spesso, di notte, mi appaiono in sogno, i miei conterranei passati a miglior vita e mi raccontano le storie passate.

In verità c’è un altro luogo di conversazione fra noi ed è il cimitero del paese, dove io solitario vago in cerca d’ispirazione e conforto. Poiché è lì che vivono, in maggioranza, i nostri paesani, le mie “fonti” sono autorevoli, e non sono smentibili.

Mi rendo conto che le salaci memorie in libera uscita dall’urne cinerarie sono inconcepibili, ma conto sul rispetto dovuto ai morti, per avvalorare il mio scritto, con la cautela espressa, preventivamente, in apertura di questa cronaca.

Pertanto quando riferirò che Primetto, morto di cirrosi alcolica, nel ’36, mi ha rivelato che Giuseppe de “marabblino” era un fascista della prim’ora prima di diventare quel lodato dirigente comunista dei giorni nostri o che Olindo, il marziano, morto per uno “sturbo” nel ’48, mi ha sussurrato, ancora impaurito, nonostante la sua condizione di anima impalpabile, che il povero Eufrasio, il falegname, portava le corna per colpa sua, ma la Giustina, sua moglie, aveva pocce e culo in vendita al migliore offerente; Francesco de “tiritella”, defunto nel ’50, per la famigerata influenza “spagnola”, mi ha rivelato, in un colloquio riservato, nella cappellina di famiglia al cimitero, che Gualtiero considerato uno “sciupa femmine” era in effetti un gay (culattone), da lui trovato in località Chianciano (balera “Stella d’Oro”), abbracciato a un maschione muscoloso; Giovannone m’apparve in sogno, meno d’un mese fa, era vestito come allora, nel ’23, con un tabarro nero da commerciante, e blaterò, alla sua maniera, che s’era scortellato con un napoletano a Nola, in Campania, per una vendita di porci, ma m’aveva svegliato per Gigino de ‘Stolfo che: “n’era morto allo ‘spedale per colpa de ‘ncolpo ‘mprovviso, de ‘ncolpo sì, ma sopra la levatrice Gina, che non riusciva a tirallo fora, l’evno portati, in gran silenzio, (capirete!) allo ‘spedale dove l’evno strecciate prima de mette lu’ ‘ntela cassa e lia ‘ncroce!”

Il povero Marziale, morto nel 1829 per colpa d’una polmonite, mi ha rivelato un segreto mai risolto: Gremlino Tosti, trovato sgozzato in località “Tribbio” fu ucciso per questione d’usura dal prevosto d’allora, che mi sono impegnato a non smascherare; per il racconto di Fanfulla, figlio illegittimo di Corpetto, morto per indigestione (pranzo di nozze di Nardino d’Ennece nel ’55), mi sono commosso per la rivelazione che mio zio Eleuterio, creduto emigrato nell’America del sud (Brasile o Argentina), per questioni d’amore non ricambiato, s’era, invece, ammazzato buttandosi nel fiume, durante la piena di quell’inverno.

Questi gli esempi, ma potrei riportarne tanti che spero di pubblicare in futuro, comunque dovrebbero convincere che scriverò la verità, almeno quella che a me sembrerà tale.
Così ricordo:

La Piazza, col Municipio, detto abitualmente “Comune”, in quanto, nelle sue stanze, tramite l’opera di pochi eletti, vi si amministravano, gli interessi della comunità, in piazza Matteotti.
Ricordo il sindaco Giontella, con la sua smisurata pletora di adepti per il suo status di grande industriale del tabacco, protagonista sia della ripresa economica del dopo guerra, che del rilancio occupazionale.

Con altrettanto merito aveva costruito, come Presidente, la squadra di calcio e l’aveva sospinta verso alte, presunte, vette.

I suoi comizi, durante la campagna elettorale, erano seguiti da una folla debordante, ma il contenuto delle sue invettive contro i comunisti (gli avversari più agguerriti), conditi di retorica pacchiana, erano un condensato di umorismo involontario per gli strafalcioni ch’egli propinava.

Nonostante ciò, era un bell’uomo, seducente e di carisma, i soldi non mancavano (allora) e a Roma vantava qualche buona conoscenza.
L’opposizione politica era costituita da un vecchio galantuomo di stampo liberale, il professor Fifi, forse inadeguato ai tempi, che somigliavano più a quelli di D’Annunzio, che non al “buon governo” di Quintino Sella.

Dietro di lui la crescente e determinata “marea rossa”, guidata dal partito comunista e da quello socialista, rappresentanti delle esigenze del popolo più povero, soprattutto quello delle campagne.

La “presa del potere” era nel loro DNA, bastava soltanto attendere la caduta improvvida dell’avversario che, puntualmente, avvenne.

I primi amministratori “frontisti” furono il sindaco socialista Piero Mirti, e il vice sindaco Ludovico Maschiella, comunista. Ricordo gli avvenimenti perché quando fu sancita la vittoria, più della piazza straripante di popolo e bandiere rosse, mi colpì un vecchio fascista d’antan, che, quasi nascosto, dietro le mie gracili spalle, commentò: “Questi” rivolgendosi, naturalmente, alla canea montante, “durano poco!”; da allora sono passati circa quarant’anni e la sinistra amministra ancora il mio paese.

Al tempo, più del sindaco, gli assessori e l’opposizione, m’incuriosiva la presenza, in municipio, di tre persone: il segretario comunale che, contrariamente, all’ostentata seriosità d’ufficio, quando n’era fuori, era un satiro riconosciuto: famigerata la sua “manina morta” con la quale, implacabilmente, operava palpate, più o meno efficaci, sul fondo schiena delle signore, rischiando rovesci che neanche la sua “alta carica” poteva evitare.

I due uscieri, dediti al lavoro “sacrale” della logistica (come si direbbe oggi) affidata alla loro solerte opera, erano così diversi l’uno dall’altro da riuscire a convivere pacificamente, integrati nella macchina farraginosa del governo locale.

Libero Ferrari, romano di Testaccio, e Mario “cellumia”, spellano verace, erano un’eccezione alla regola paesana che non ammetteva inserimenti o intromissioni di qualunque essere umano che provenisse da fuori le mura del borgo, ivi compresi i “campagnoli”.

Forse giocava a loro favore, per il Ferrari, la sua bravura come calciatore prima e allenatore poi della squadra di calcio, e per Mario il sodalizio matrimoniale con Fatina, una ragazza di quelle famiglie che rallegravano col loro spirito e con l’allegria l’intero paese.

Gli sproloqui e le maldicenze (medicina irrinunciabile per sopravvivere alla povertà) ne avevano fatto un caposaldo contro le ipocrisie che s’annidano in una comunità che non si rispetti.
Inoltre era la sorella di Rideo, gestore di trattoria e generi alimentari, famoso per le simpatiche smargiassate culminanti in lanci di verdure e uova al teatro o di palle perforanti nella sala del biliardo, ma anche temibile e nerboruto avversario, a prescindere.

La Chiesa era un’istituzione severa e rispettata, il suo magistero era di guida per i cristiani praticanti. Le chiese, intese come esistenze materiali, erano due: quella di San Michele Arcangelo e quella di Santa Croce. La chiesa maggiore, San Michele Arcangelo, dedicata al santo protettore del paese, era sta consacrata nel 1962, mentre la chiesa di S. Croce era stata costruita nel 1295 con la pietra bianca e rosa del monte Subasio. L’edificio ha una facciata con portale gotico del 1334. Il campanile, che si innalza alla destra della chiesa, è stato eretto tra il 1835 e il 1839.
Lo scampanio delle campane ha sempre annunciato alla popolazione gli eventi più importanti del borgo.

Il priore parroco all’epoca era don Luigi Toppetti che guidava il gregge di Dio con piglio e risolutezza degne d’un dittatore, quale del resto era, ai fini dell’osservanza ai precetti cristiani. La quasi totalità degli abitanti del borgo, compresi i sedicenti mangiapreti, frequentavano la parrocchia, chi in maniera evidente, chi più discretamente. Il prete era di ieratica presenza, grande carisma e personalità.

Con la lunga tonaca e il passo felpato sembrava più un cardinale, al quale, forse, intimamente si rapportava, che un semplice pastore d’anime.E’ certo che non si districavano questioni religiose, familiari o politiche senza l’avallo del prevosto.

Quelle relative alla gestione della parrocchia era pacifico che lui decidesse; le beghe delle famiglie, per quanto tenute riservate, venivano trasportate da un “venticello” sulla sua scrivania e da quel momento diventavano le sue “grane” che affrontava col magistero della suprema autorità, senza concessione al dubbio o all’opportunità. La politica sarebbe stata, per vocazione naturale, il piatto forte del signor Luigi Toppetti, laico, ma il religioso non si faceva scrupoli, dimenticava, spesso, la tonaca in sagrestia e interveniva “a piè pari” sugli alterni “avversari” delle sue idee, riuscendo spesso a spuntarla, non sempre.

Nella gestione della parrocchia, don Luigi, poteva avvalersi d’un altro aitante, giovane prete: don Bruno Baldoni, che esercitava il suo personale magnetismo sui giovani, che sarebbero diventati i fedeli di domani.

Dirigendo l’Azione Cattolica, dove confluivano la maggior parte dei ragazzi, don Bruno incoraggiava, nell’ambiente di S.Angelo (una chiesa sconsacrata posta nel cuore dei vicoli), giochi, commedie, intrattenimenti vari, che aggregavano socialmente ogni ceto, dal più povero a quello più agiato.

Le villeggiature al mare furono, poi, il massimo della sua lodevole opera.

Sarà perché ne fui “comparsa” per cinque anni, questa vacanza rappresentò un’esperienza indimenticabile tant’è che, ancora oggi, i reduci di quell’esperienza quando s’incontrano ricordano gli episodi e le gag dei personaggi e del prete, il tutto condito d’innocente nostalgia. Il priore, don Luigi Toppetti, era molto attivo, ma nel 1970 quando lo Stato promulgò la legge sul divorzio non riuscì a digerire quell’affronto dovuto al voto della gente. La sconfitta provocò l’annullamento, ad eccezione della messa, di tutte le celebrazioni religiose alle quali i fedeli tenevano e così determinò un primo distacco dal suo personale magistero.

Personaggio secondario, ma pittoresco era il sagrestano Emilio, detto “don” per l’apparentamento coi suoi superiori.

Don Emilio era un fischiatore inconsapevole e sfasato, la testa era sempre reclinata verso il basso, come se l’uomo dovesse scontare chissà quale colpa, e dalle labbra socchiuse si apriva un pertugio che gli permetteva di parlare, ma le parole erano costantemente disturbate da un fischietto sfiatato che accompagnava perennemente l’abituale cadenza sommessa.
La “missione” di Capocchia Emilio consisteva nel cantare, male, e portare la croce ( in alternanza con Bruno Fegaletti, in arte “Scanapino”, mito della storia verace del borgo).
Durante le messe spandeva incenso e porgeva il calice all’officiante, azzittiva i mormorii col “Sssttt!”, che tanto gli veniva bene per quel suo “fischietto” involontario e indossava la tonaca come il prete con la peculiarità del passo felpato e silenzioso che ricordava l’assassino, nei film di Alfred Hitchcock.

Nella nostra chiesa un avvenimento che suscitò in me incubi e terrore fu la pratica dell’esorcismo esercitata su una donna, che vidi spiando da un nascondiglio indebito.
Grazie a un amico, che svolgeva funzione di chierichetto, fui messo al corrente della novità e tutt’e due, ignari dello sviluppo che avrebbe preso la questione, ci nascondemmo dietro la tenda di una porta secondaria.

La poveretta venne trascinata sotto l’altare, già fortemente agitata, ma quando vide il prete dette fuori da matta e non fu nulla a confronto di quando il prete prese la croce e iniziò a recitare le litanie di rito. Nessuno riusciva a tenerla e dalla bocca uscivano imprecazioni, urla e vomito. Mi ritrovai fuori, all’aria aperta e al sole, mezzo morto e sfiatato, credo, per la corsa, ma mi accorsi d’esser stato battuto dal mio amico Renzo, bianco nel volto come un morto.

Ogn’uno andò per la sua strada senza parlare e, credo, che quest’atteggiamento valesse più d’ogni opinione.

Di fronte e a fianco delle due chiese c’erano, scherzo della sorte, le due Banche, potere economico del borgo. Il Monte dei Paschi di Siena e la Cassa di Risparmio di Perugia.
Era lì che circolava il flusso di soldi derivante dal ricco commercio e dal risparmio bastiolo e se il Municipio e la Chiesa, in qualche modo, erano esempi di senso civico, l’uno, e spirituale, l’altro, le banche, coi finanziamenti al commercio, prima, e all’industria, poi, esercitavano la propulsione per la crescita del paese.


Ma le banche, per me, a quel tempo furono soprattutto “fatto di cronaca”.

Infatti avvenne un atto criminoso contro il loro patrimonio e fu esercitato da una banda composta da quattro individui: uno al volante di un’auto “Alfaromeo”, un socio all’esterno e due compari all’interno.
Arraffato un sacchetto di denaro, i due presero un ostaggio per coprirsi la fuga, Gino Sforna, detto “il sartone”, conosciuto e apprezzato, in paese, come polemista calcistico di fede “Juventina”, e caricatolo, in malo modo, sull’auto, partirono “a tutto gas” verso il ponte sul fiume Chiascio, ma a “contro mano” (nel senso vietato di marcia).
Una pattuglia di due vigili urbani, uno dei quali era il “mitico” Crispolto, accortasi del misfatto, attese l’uscita dei balordi, ma impedita nell’intervenire dalla presenza dell’ostaggio (anche se il Crispolto, riconosciuto Sforna, sarebbe voluto intervenire per eliminare erba e gramigna insieme), attese la partenza dell’auto per poi inseguirla con decisione.
Al quadrivio della pasticceria “Mela”, l’Alfaromeo entrò, senza guardare le precedenze, nel girone della morte, schivando fortunosamente altre auto che incrociavano la vita dei loro conducenti con quelle degli occupanti, non solo dell’auto in fuga, ma anche quelle degli inseguitori. Il destino fu favorevole, ma il vigile Crispolto, per non sfigurare con i poliziotti dei film americani, sporgendosi dal finestrino, esplose alcuni colpi di rivoltella nella direzione (presunta, molto presunta) dei mascalzoni, dimentico (?) che all’interno dell’abitacolo, fra calci e pugni si dibatteva “il sartone”. I banditi, appena superato il ponte, aprirono lo sportello dell’auto e espulsero, calciandolo giù dalla ripa, il povero Sforna Gino, mentre l’auto della legge arrestava l’inseguimento come se un ipotetico ciak cinematografico avesse comandato lo “stop!”

L’ostaggio, mezzo morto, fu recuperato e portato al pronto soccorso dove non furono riscontrati traumi particolarmente gravi, ma il suo trasporto fu problematico in quanto il vigile, a fronte (sarebbe meglio dire “a naso”) del lezzo proveniente dal fondo schiena dello sfortunato, si rifiutava di caricarlo sull’auto di servizio, sostenendo che invece d’un presunto cadavere, all’ospedale ne sarebbero arrivati due certi.

Sulla piazza Mazzini apriva le finestre l’albergo “Commercio”, struttura classica con loggetta esterna e bar indipendente; era l’unico del paese e sembrava compiacersene.
Infatti, di fronte, aveva l’importante monumento dedicato a Colomba Antonietti, contessa Porzi, eroina del Risorgimento, “Morta sulle mura di Roma, sotto le palle francesi” recitava la dedica, prestandosi a maliziose interpretazioni.

Il monumento era composto dal prosperoso “mezzo busto” bronzeo e da altre pregevoli scene guerresche che completavano il cippo; era recinto da un quadrilatero di salde catene, come se vi fosse il timore che, un giorno, l’eroina decidesse d’andarsene e quelle cigolanti barriere potessero impedirglielo.

A lato dell’albergo c’era l’opera più sopravalutata, a posteriori, dell’architettura locale: la scalinata delle tre cannelle. Questa specie di “Trinità dei monti” nostrana si componeva di una semplicissima scalinata, scendendo la quale, si arrivava a una specie di abbeveratoio che raccoglieva l’acqua sgorgante da tre cannelle, dalle quali si prelevava acqua potabile a uso domestico o ci si dissetava direttamente.

Il proprietario dell’albergo, Filiberto Lolli, era un silente e mansueto vecchietto che, proprio se costretto, raccontava con voce flebile e stenta, la sua esperienza di vita lavorativa a Chicago, negli Stati Uniti d’America, dove aveva soggiornato per anni…negli anni del proibizionismo e di Al Capone. A domanda specifica l’uomo fissava con occhietti pensosi l’interlocutore, ma deludeva le aspettative, affermando che sì, aveva sentito parlare nel quartiere, di qualche “ragazzaccio”…

Per tutti era “spaccasolfine” per la sua ritrosia a spendere denaro. Suo figlio Eros era l’effettivo gestore della proprietà ed anche lui, oltre ad essere un burlone, condivideva col genitore la fama e il soprannome. Il bar dell’albergo era stato dato sempre in gestione; in questa s’erano avvicendati vari baristi, il più famoso era Orlando Moretti, ma all’epoca che io frequentavo quel locale, il propinatore di beveroni multicolori, il dispensatore d’invettive anticlericali, il capo dei casini che poi reprimeva, il fustigatore dei taccagni che non consumavano e il servile, falso, cameriere dei ricchi consumatori, era Aldo Bianchi che, nonostante tutto, e più di quanto detto, raccoglieva una clientela numerosa e gaudente.

Aldo era un “traccagno” dalla testona che comprimeva il resto del corpo, ma in quella frullavano neutroni e neutrini da far invidia a Enrico Fermi. La sua capacità di attrazione, nonostante i modi bruschi e le maniere spicciative, era misteriosa, forse si componeva d’un mix di furbizia contadina (affinata a Roma, dove aveva gestito un bar) e di ammaliante candore.
Aveva molti nemici, ma altrettanto onore, specialmente nel curare le relazioni coi potenti, specialmente politici di colore rosso.

Davanti a quel bar, attorno ai tavolini metallici, riparata da ombrelloni multicolore, stazionava una famiglia di “figli di puttana”, giocatori, gente semplice e industriali, sportivi e impertinenti, ragionieri,bari e papponi, commercianti e mediatori. Giovannino il “papa”, Antimino il “fattore”, Peppe de “Castellino” e Giovannino de “Granocchia”, erano i soliti quattro anziani della “briscola” che si contendevano “birra e gazzosa” e, credo, nel bar vi dormissero giocando o giocassero dormendo.

Il tutto sotto lo sguardo vigile e un po’ sprezzante di Aldo Bianchi da Ospedalicchio. Gli altri bar, in piazza, erano l’”Italia” del dandy Elio Panni, il “Centrale” di Egisto, Lorena e Wanda, sorelle del famoso stilista Pino Lancetti e quello di “Luigione”, in fondo alla piazza, dove s’affacciano gli uffici comunali.

Dal Municipio per raggiungere via Garibaldi, strada che immette nei vicoli, si costeggiavano i cortili verdeggianti, prospicienti le abitazioni della piazza, compresa la farmacia Angelini.
La loro deturpazione inaugurò l’era del cemento, poi proseguita con la costruzione, nel centro della piazza, del grattacielo Lucaroni, che, a differenza del “mostro ecologico Punta Sabbioni” di Bari, non si è ancora riusciti ad abbattere.

All’altra estremità della piazza c’era il posto telefonico pubblico, essendo i telefoni privati un lusso ancora per pochi. L’operatore era Mario Cingolani detto “Spigolo”, coadiuvato dalla sorella Ude, che lo sostituiva quand’era indispensabile.

Il “capo”, con la testa eternamente bassa sui suoi fantasmagorici romanzi, quando gli si chiedeva un numero da chiamare, alzava la faccia smilza, corredata da un paio di occhialoni, lo componeva e blaterava, nervosamente: “Resti in linea”, poi rivolgendosi allo scocciatore: “La cabina uno!,” e quando s’era assicurato della chiusura della porta insonorizzante, inseriva lo spinotto d’intercomunicazione e concludeva la missione con un: “Parli, signore…parli.”

Mario era uno spilungone con tic nervosi che gli prendevano soprattutto le dita, simili per il loro continuo movimento a quelle d’un pianista in eterna esecuzione. Nelle pause fra un “si bemolle” e un “do maggiore”, esse aggiustavano gli occhiali che, costantemente, scivolavano verso la punta del nasone.

Mario, nei suoi ragionamenti, era solito intervallare le parole con degli “emm…emm” che limitavano la forza del pensiero soprattutto nei confronti di tutti quei ragazzacci che lo prendevano di mira col ripetitivo refrain: “Spigolo…spigolo…spigolo!”

Il negozio di cartoleria varia dei fratelli Lombardoni e quello del “geniale” Terenzio Franchi & figli, ferramenta, immettevano nel variegato mondo dei vicoli.
Una prima sosta all’osteria di Celso.

Dentro un tintinnio di vetri, scostiamo la tenda a cordoncini di plastica e entriamo.

L’oste è intento a travasare il vino dal bottino ai quartini di vetro, nel mezzo della grotta, bassa e fumosa, si preparano per l’esibizione gli stornellatori; Checco Bambini, Lino Tomassini e Salvatore Lunedei detto il “gobbo”. Ai tavolacci di legno scheggiato siedono avventori inebetiti mentre in altri tavoli c’è chi gioca a dadi, chi alle carte o a “braccio di ferro”.
Due s’avvinghiano nella lotta come gli eroi di Samotracia. L’atmosfera, pregna di acidulo residuo, arieggiata soltanto dalle umane immissioni, ci convince a uscire…quando attacca la musica dell’organetto di Salvatore, e stridula la voce di “nena” Tomassini:

“E quanno er vino – ‘mbè – Ciariva ar gozzo – ‘mbè – Ar gargarozzo – ‘mbè – Ce fa ‘n ficozzo – ‘mbè –Pè falla corta, pè falla breve, Noi dimo all’oste: Portece da beve!”
Durante tutto il tempo della stornellatura Checco ha mimato, con movenze goffe e burlesca civetteria, il succedersi delle rime. Al termine salutiamo i cantori che, nella serata, porteranno in tournee il loro repertorio, l’anime a rallegrar.

Usciamo al sole e all’aria fresca.

I Vicoli della mia adolescenza erano un mondo straordinario e irripetibile di vita vissuta, relazioni fra le persone e varia umanità che, per chi vi è cresciuto, costituiscono una seconda pelle.
Col distacco degli anni una certa distorsione affettiva per quel microcosmo è comprensibile, ma non si può negare che regnavano miserie umane, lerciume e alienazione.
La durezza del vivere in abitazioni piccole, umide e senza alcun servizio era sopportato da un popolo in cerca di riscatto, aiutato da una mutua solidarietà e da piccoli espedienti tollerati, se non incoraggiati, da un paese che sperava di poter offrire un’opportunità ai propri figli per un futuro migliore.

Solo allora essi avrebbero potuto volgersi alle spalle senza vergognarsi della propria identità. La speranza divenne realtà quando in giro per il mondo, ma anche in casa propria, s’incontravano uomini, ex ragazzi, che dirigevano importanti istituti finanziari, titolati responsabili di eminenti studi professionali, lodati direttori di banca, di alberghi e ristoranti, fondatori di aziende più o meno grandi, ecc…

“Provenienti da Bastia Umbra”, come amavano rispondere alla solita capziosa domanda (“Da dove vieni?”). Ciò premesso, per inquadrare bene la situazione non posso prescindere dalla topografia dei vicoli, e allora, considerando piazza Mazzini al centro di due quadrilateri, discendiamo via Garibaldi che dalla piazza conduce verso il fiume, e così facendo ne descriviamo uno, mentre l’altro, che viene recinto da via Roma, via Piave e via Andrea dell’Isola, sbocca in piazza Cavour, attigua alla piazza centrale e al municipio.

Il primo quadrilatero, su detto, ha come lati, oltre via Garibaldi, piazza Umberto I, via del Teatro, che sbocca in piazza Matteotti, sede del comune vecchio, e via Colomba Antonietti che converge con via Garibaldi. I vicoli all’interno di questo disegno ipotetico, portano i seguenti nomi: via dell’Arco, via Vecchia, via Sant’Angelo, via Stretta, via dell’Isola Romana, via della Pace, via della Torre (detta via Sporca, il motivo lo lascio indovinare a voi).

Piazza Luigi Masi si colloca alle spalle di piazza Umberto I.

I vicoli della parte opposta portano i nomi di: via Girolamo Gambara (detto “Il Bastiolo”, capitano al servizio dei Baglioni, liberatori di Bastia dal giogo degli Assisani e promotori della libertà), via Lago Persio, via Clitunno, Via Subasio e via San Vitale.
Nell’annoverare i vicoli su detti mi soffermerò su quelli posti verso il fiume piuttosto che questi, situati verso Assisi.
Nei vicoli verso nord-ovest prosperarono, per dirla in breve, un ambulatorio medico (quello del dottor Colavecchi), tre osterie, una trattoria, due negozi di alimentari, due macellerie, un fruttivendolo, la postazione delle Poste e Telegrafi, due forni, un calzolaio, il Comune vecchio, il monastero delle suore benedettine e due “Vespasiani” che un’utilità, all’epoca, l’avranno pur avuta.

Questo vorrà significare pure qualcosa?

Anche se, per onestà, devo riconoscere che essendo nato in via del Teatro al numero 17, ricordo con più precisione questo mondo piuttosto che l’altro. A piazza Umberto I c’era l’osteria di “Picchino” (gestori Filiberto e Alberto Bartucci) che calamitava i personaggi più pittoreschi, di fronte a questa c’era il negozio di alimentari, con mescita di alcolici, del compar Pietrino Franchi, che fungeva da contro canto per i clienti in libera uscita dall’altra.

L’eccedere col vino causava molti litigi fra gli avventori che degeneravano in situazioni ilari o violente, normalmente sedate dall’intervento dell’oste e dagli spettatori morigerati.
Le discussioni scoppiavano per futili motivi, i dialoghi e le scenette erano degne di quelle descritte dall’umorista Achille Campanile, del tipo:
(estate – tavolini posizionati all’esterno dell’osteria – è in corso una partita a carte, quattro avventori). Lo “Scopino” a Lucio “sò-sò”, suo compagno a briscola, “Eve da passà brisc’la!”
– “Ah!” replica Lucio “sò-sò”, stizzito, “’l somaro saria io?”

– “Ha ragione lo Scopino”, s’intromette, come spesso avveniva, uno spettatore.
– “Tu fatte i cazzi tue”, replica Lucio “sò-sò”.

Lo “Scopino” si alza di scatto e, come da sua indole, tenta di colpire il “capiscione”… mancandolo, ma provocandone l’arretramento a discapito degli altri presenti.
Qualcuno cade, altri reagiscono, esce Picchino, richiamato dal trambusto, è piccolo, ma coriaceo, spintona cercando di dividere. Alcuni ragazzacci approfittano del casino per prendere in giro Santino “d’la Viola” col solito ritornello: “olì-olà, olì-olà” che provoca bestemmie varie e il tentativo, goffo, di rincorsa. I burloni, nella loro fuga imprudente, vanno a sbattere, in mezzo alla piazzetta, coi mediatori Adrasto e Menchino che ragionano di cose serie (i porci, i prezzi). L’affronto, per le persone che coinvolge e per il rispetto che gli si dovrebbe, è serio, scatta la vendetta a mezzo bastoni da porcaro.

Il compar Pietrino è sulla soglia della bottega e si gode la baruffa (con Picchino sono concorrenti) quando Pierini col carrettino delle “noccioline, semi salati, lupini ai piedi”, per scansare quei bastoni, incautamente, ribalta quella miseria sui tavoli tirati a lucido. Dalla finestra sovrastante il negozio la commar Dina, moglie di Pietrino, e le figlie Dalia e Violetta sommergono di contumelie il reprobo, mentre le mani del “compare” gli stringono la gola in una morsa letale.

Nel frattempo sono accorsi gli abitanti dei vicoli e i gestori di attività: La Gigia, Arduina e…….(trattoria), Abramo e Rosa (forno e pasticceria), Quintilio e Sandruccio (dalle macellerie), Mariola e Domenico (frutta e verdura, Anna e Alderno “fulmine” (commercio calzature), Ugolino Rossi (falegnameria), Amleto Franchi (caffè tostato e tabaccheria), Domenico Capitanucci (inventore), Carlo Ponti (stoffe e merceria), Raoul Rossi (pasta all’uovo), Alfietto Bartolucci (impianti elettrici), Rosa del “Picchio” (stoffe) e Giorgio Mela (astro nascente della pasticceria).

Disperato, sulla soia dell’ufficio di “Posta & Telegrafi”, il sor Carlo Cingolani urla a distesa: “Stangoni…telegramma urgente da Roma…le bestie…”, ma nessuno lo sta a sentire, anche perché, in quest’occasione, i “Totoni” (gli Stangoni) sono altrove.

Saranno “Arranca” e Falcinelli, guardie municipali, a sedare la diatriba, forti dell’autorità che allora era riconosciuta, tacitamente, dalla comunità. Io sono seduto sui tre scalini vicini alla macelleria e osservo, un’ombra mi ripara: è mio nonno Quintilio.
Bruno Fegaletti, al secolo: “Scanapino”

Bruno abitava in una stamberga di via Colomba Antonietti.
Era un uomo rimasto bambino che viveva di lavoretti e di privata carità.
Da quando era morta la mamma Esther (?????) viveva da solo, non avendo mai conosciuto il padre, ma il paese gli era vicino.
Lui era d’animo buono e servizievole, sopravviveva per carità umana e mutua solidarietà.

Fisicamente prevalevano tre caratteristiche: la struttura difforme che causava un modo di muoversi scombinato con incedere dondolante e instabile.
Il modo di parlare; fiorito e sgrammaticato, caratterizzato dal suono della voce fortemente nasale, forse dovuto alla deviazione del setto nasale.
L’”attributo” per eccellenza: un membro smisurato che, ironia della sorte, veniva rifiutato anche dalle professioniste dell’amore.
Gli amici lo portavano, anche per burlarsene, nelle case di meretricio, ma al momento della caduta dei veli spesso le signorine rifiutavano quel “coso”, nemmeno dietro il pagamento di una “marchetta” doppia.

“Scanapino” consumava i pasti nel parlatorio del monastero delle suore benedettine; per passare qualunque cosa dal di fuori all’interno e viceversa veniva utilizzata una botola che ruotando sui cardini permetteva, tramite un pertugio, gli scambi suddetti.

Da lì proveniva la sussistenza per Bruno.
I soliti burloni, a conoscenza della frequentazione quotidiana di Bruno, convinsero il prezzolato a farsi caricare nudo nella botola.
Suonarono il campanello che preannunciava l’arrivo della “sorpresa” e le suore, inconsapevoli, fecero ruotare la botola.
I pochi passanti testimoniarono d’aver udito gridolini increduli sopiti da ferrei richiami.
“Scanapino” era conosciuto un po’ da tutti; poteva accadere che s’incontrassero paesani all’estero e, fra le altre curiosità, chiedessero: “ …e Scanapino…è vivo Scanapino?”
Venne il giorno che la risposta fu, purtroppo, negativa.

Una caratteristica dei vicoli era la strettezza delle vie che determinava la vicinanza delle case e quindi delle finestre.
Questo fatto offriva la possibilità di chiacchierare e socializzare, ma anche di origliare nelle case e nelle cose altrui.
Ogni cosa d’un certo rilievo correva di bocca in bocca fino al capolinea: nelle case delle sacerdotesse del pettegolezzo e della così detta “maldicenza”.
Da quì, la centrale informativa, diramava, tramite una capillare rete divulgativa, la “novità” , per la goduria della popolazione.
E’ superfluo dire che il maggior numero di pettegolezzi riguardavano questioni di “corna”.
Il paese era piccolo e la gente mormorava e quando i soggetti delle attenzioni scoprivano di essere stati spiati scoppiavano alterchi a non finire, specialmente con gli occupanti delle case vicine.
I conti venivano regolati a male parole, lancio di residui organici o accapigliamenti; le donne vantavano il primato nel circuito “virtuoso” testè raccontato, forse solo nei tradimenti coinvolgevano gli uomini e non poteva essere altrimenti essendo, all’epoca, il lesbismo comunque inconfessabile.
I mendicanti che di buon’ora prendevano posto sulla piazzetta Umberto I, per poi ricavare qualche spicciolo, una “sardella” e un bicchiere di vino, non si curavano dell’uscita di casa di Domenico Capitanucci, per tutti il “Capitano”.
Col fucile in spalla e il fido gatto al guinzaglio s’incamminava verso la frazione di Santa Lucia e proseguire poi in campagna per la “cacciata” mattutina.
C’è forse qualcosa che stride?
Forse ho sbagliato a scrivere “gatto” al posto di “cane” ?
No…no!
Era noto l’assioma del “Capitano”: “A caccia col cane? Somari! E’ col gatto che si va a caccia. Il gatto, per la sua natura di felino, è l’ideale per catturare le prede.”
Il concetto, benché facesse storcere la bocca ai professionisti, era rivoluzionario e avrebbe avuto ben altra accoglienza se il “capitano” l’avesse supportato con il carniere pieno, purtroppo non avveniva e i vicini, guardandolo con una cert’aria di compatimento, chiosavano sulla fervida fantasia di Domenico Capitanucci.
Capitanucci era un uomo strano: muratore di prim’ordine si dilettava con molte altre occupazioni; quella m’incuriosiva di più era quella di assemblatore di biciclette.
Chiunque pensi a una bicicletta immagina un telaio, un manubrio, una sella, una pedaliera, dei buoni freni per non cadere e invece, basta avere una certa genialità per immaginarla, ma anche costruirla in modo del tutto originale.
Il “capitano” raccoglieva nel suo laboratorio i pezzi più svariati e i residuati di vecchie biciclette che, considerando i tempi, erano proprio da discarica.
Terminato il suo lavoro di professionista della muratura, si chiudeva nel laboratorio dal quale usciva soltanto su sollecitazione di Annetta, sua moglie, che, cuoca sopraffina, gli recitava il menù della sera.
Domenico abbandonava l’opera e “…mannaggia le pescette fritte…”, risaliva il vicolo scotendo la testa, ma dilatando le narici per capire cosa bolliva in pentola.
Da tutti quei pezzi fasulli e dai tronconi di vecchi velocipedi erano creati dei prototipi impensabili per l’epoca: ruote enormi su telai minuscoli, canotti e selle rialzate dominanti manubri da bambino, ruote doppie mosse da moltipliche triple, manubri col “corno” all’insù e via architettando.
Una volta terminati, quei velocipedi, erano collaudati nel vicolo e i presenti ne ridevano, raccontandone in giro coi soliti burloni.
– “Capitano, quanto costa quel “reattore?”
– “Si potrebbero mettere anche due ali?”
Domenico non rispondeva; l’inutile rivincita se la sarebbe presa quarant’anni dopo, quando il ciclismo professionistico, in parte mutuò quelle invenzioni, ma il “capitano” non era più nella condizione di rivendicare quella geniale progenitura.
Il dubbio rimane: con un brevetto (tipo “la bicicletta del Capitano”), Domenico Capitanucci sarebbe diventato un milionario post-mortem?
Certo lui non ci pensò, refrattario com’era al valore da dare al danaro.
Quella via del Teatro che ospitava il “genio” di Capitanucci, al numero 10, sopportava, nel suo sbocco in piazza Matteotti, la spavalderia d’un altro uomo singolare: Lino Tomassini detto “Nena”.
Questo “gagarino”, figura ricorrente nella recita in romanesco, era un “Giggi er bullo” di petroliniana memoria, altezza un metro e un po’, falsa cattiveria, vestito in “rigatino”, in testa un cappelluccio da guappo d’osteria, mosse improvvise da lottatore:
“C’è chi dice ch’io so’ un prepotente perché so’ un bullo dar gaiardo e belloma nun m’importa, nun me serve gnente,chi vo’ parlà co’ me, cacci er cortello.So’ conosciuto a ‘gni commissariato,a Trevi, a Ponte, ar Celio, ar Viminale, all’Isola ciò fatto er noviziato e adesso ognuno m’ha da rispettà.Chi è che nun conosce Giggi er bullo?Eh! N’ha parlato tanto er Messaggero, dico ‘gni sempre er vero, nun dico impunità. Si nomini Giggetto, pe’ l’urione, la gente ha da tremà. Ce n’ho mandati tanti all’ospedale, ma tanti, che nun se sa.”
Questa potrebbe essere una sua presentazione, ma anche quella di operaio alle officine Franchi o di mimo stornellatore, coproduttore coi suoi compari, di ilari pantomime ravvivate dalla consumazione del vino, o la vittima della moglie Barbara che, approfittando del suo solito stato d’instabilità motoria, l’attendeva di sera impugnando il mattarello, per regolare i conti sospesi.
Ebbene il 23 maggio del ’52, al numero 17 nacqui pure io, nel cuore de la Bastia.

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